Capitolo V


“Sei sicuro di esserti ripreso davvero?” mi domanda Imayoshi a voce spero sufficientemente bassa da non farsi sentire dall’altro presente in ufficio con noi due “… Da quando sei tornato, sembri sempre distratto da qualcosa. Cosa c’è?”
“Niente.” replico, con un tono adeguato al suo “… Forse sono solo un po’ stanco.” in fin dei conti, questa è… La scusa che usiamo tutti quando non vogliamo dire come stanno le cose, no?
Mi fissa qualche attimo, insistendo:
“È successo qualcosa con Kise?” cos..?
“Non puoi farti gli affari tuoi?” sibilo, già abbastanza irritato per la cosa senza bisogno che ci pensi ulteriormente.
“È così?” ricambio il suo sguardo in silenzio qualche attimo, poi ribatto:
“Questo è irrilevante ai fini del caso.” di nuovo, mi studia per un breve lasso di tempo, dopo il quale decreta:
“Vi siete lasciati?”
“Ti sei lasciato con Kise?” si intromette Tanaka, ora improvvisamente attento alla nostra conversazione e spingendo la sua sedia verso di noi.
“No.” affermo, categorico e senza incertezze.
“Davvero?” insiste l’intruso “… Eppure l’impressione che date è un’altra.”
“Non ci siamo lasciati.” ribadisco, scandendo bene le parole e lui scrolla le spalle, allontanandosi per tornare al suo posto con un neutro:
“Peccato.” già.
Peccato per lui.
Tuttavia, nonostante le mie parole, meno di trenta secondi dopo è in piedi, diretto verso la soglia dalla quale ci avvisa:
“Io vado a prendermi un caffè.” non abbiamo la prontezza di fermarlo, potendo solo lasciarmi andare ad un ringhio nervoso una volta che ormai si è allontanato.
“Se quello prova a mettersi in mezzo, giuro che lo ammazzo.”
“Calma, calma.” cerca di tranquillizzarmi il quattrocchi “… Lasciate le vostre dispute amorose fuori da tutto quello che concerne il lavoro. Intesi?”
“Intesi. Ma è lui che deve stargli alla larga.” specialmente adesso che…
Che le cose stanno andando come vanno.
“Allora, mi vuoi dire che succede? Tanaka ha ragione, sembra che Kise faccia di tutto per evitare qualsiasi argomento possa riguardarti.” non mi sorprende “… Sei sicuro che non vi siete lasciati?”
“Non ci siamo lasciati.” ripeto, per l’ennesima volta, per poi sospirare, arrendendomi a confessare:
“Ci siamo presi una pausa.”
“Una pausa?” annuisco “… Sicuro che siete entrambi d’accordo sul chiamarla così?”
“Certo.” come altrimenti vorrebbe definirla?
Lui non ha cambiato idea. Questo vuol dire che… La sua decisione di stare con me è ancora valida. Semplicemente ha voluto darmi del tempo per riflettere. Togliendomi da davanti agli occhi il mio pensiero maggiore, così da non avere distrazioni. Ma di tempo ne ho avuto in abbondanza e sarebbe già finito, se io fossi riuscito a chiamarlo, una sola volta. E invece, dopo quasi tre settimane in cui siamo lontani, non sono riuscito a liberarmi una sera per poterlo contattare dopo la chiusura del bar. Ero sempre chiuso in ufficio, a quell’ora, e non posso fare chiamate personali, mentre lavoro. Avrei potuto chiamarlo quando era lui, al lavoro. Ma non volevo disturbarlo. E chiamarlo la mattina prima che cominciasse… Non mi sembrava il caso. Anche quelle poche volte che sono passato al locale, non sono mai riuscito ad incrociarlo.
Sembra quasi che il destino lo faccia apposta.
Maledizione, non voglio parlargli al telefono.
Voglio solo riuscire a metterci d’accordo per vederci. Per chiedergli scusa di persona. Per dirgli di tornare. Da me.
E se ora ci si mette pure a Tanaka a mettersi in mezzo…
Maledizione.
Mi alzo, mormorando:
“Vado a prendermi un caffè anch’io.” annuisce senza protestare e, una volta per i corridoi, faccio mente locale su quel breve discorso che potrei fargli, accorgendomi di passare accanto a Kasamatsu-senpai solo quando è lui che mi ferma commentando:
“Chi non muore si rivede.” non ho la forza di rispondergli, sapendo bene il ruolo che rappresenta, in questa storia.
E in questo momento…
Infatti non mi sorprendo dal sentirlo dirmi:
“Nella remota possibilità che tu stia andando da Kise, oggi è di riposo.” di riposo…
Quindi, anche volendo, non lo vedrei…
“In questi giorni è da me.” da… Lui?
Forse non dovrei sorprendermi nemmeno in questo caso, sebbene non possa negare come mi senta decisamente più sollevato.
Se non altro, non è da solo, ma con qualcuno che sicuramente gli sta vicino.
Più di quanto abbia fatto io in questo ultimo periodo.
“Come sta?” mi basta il suo sguardo per capire la risposta: non bene.
Già… E com’altro potrebbe stare?
“Deciditi in fretta. Prima di perderlo.” non mi dà il tempo di rispondere, anche a causa di uno dei suoi colleghi che non conosco e che lo chiama, affinchè lo raggiunga per un’indagine che, evidentemente, hanno in corso.
Tuttavia, provo a fermarlo prima che si allontani troppo, chiamando semplicemente:
“Senpai!” si volta e, non sicuro nemmeno io di cosa poter dire, specialmente davanti ad uno che non c’entra nulla, riesco solo a mormorare:
“Grazie.” sostiene il mio sguardo qualche attimo, poi si volta, tornando a dare la sua attenzione al suo collega, dando a me la possibilità di riflettere.
Decidermi… Come se fosse facile…
Nemmeno questa volta ho la possibilità di pensare oltre, disturbato da Tanaka che, palesemente di pessimo umore, mi riporta alla realtà intimandomi di non star lì a perdere tempo ma di tornare in ufficio.
Lo ignoro per un momento, cercando di afferrare quel pensiero che stava per sfuggirmi.
Qualunque decisione io debba prendere, devo farlo alla svelta. Perchè… Non voglio perderlo.

 

** Kise **
Continuo ad asciugare i bicchieri, sotto lo sguardo vigile e attento di Moriyama-san, seduto oggi da solo praticamente di fronte a me dall’altra parte del bancone.
Distolgo lo sguardo un secondo solo da quello che sto facendo quando la porta si apre, giusto il tempo di ottenere l’ennesima conferma che mi sto solo illudendo.
È impossibile pensare che lui… Dopo quello che gli ho detto… Torni da me…
A questo pensiero, avverto di nuovo gli occhi farsi lucidi e questo mi porta ad imprecare mentalmente.
Maledizione…
“Così non andiamo bene, lo sai, vero?” mi fa notare Moriyama-san, con un tono che non prova nemmeno a celare la sua peoccupazione nei miei riguardi “… Proprio per niente.”
“Lo so.” ammetto, non avendo la forza di aggiungere nient’altro.
Sospira e, cambiando posizione, riprende:
“Ancora niente?” scuoto debolmente la testa.
Ancora niente.
Non un messaggio, una chiamata… Una passata al bar.
Ormai non so più che orari fa, se torna, se non torna, se mangia, se non mangia, se è guarito… Certo, dopo quattro settimane, se fosse ancora malato sarebbe davvero grave ma…
Il non sapere più niente di lui mi sta mandando talmente in confusione da non capire più niente.
Non c’è notte che non mi svegli pensando a lui…
E ora… Comincio davvero ad avere paura.
So di essere scappato, quando abbiamo avuto quella discussione. Pensavo che in questo modo avrebbe avuto il tempo di rimettersi senza il mio continuo pensiero addosso.
Senza che vedesse che mi preoccupavo.
Ma ora… Vorrei solo…
“Salve, Kise!” torno alla realtà e, alzando gli occhi, mi trovo di fronte il suo collega che, sfoderando un sorriso, si appoggia al bancone, proseguendo:
“Tu e Aomine vi siete lasciati?” lasciati?
“No.” ribatto, improvvisamente di pessimo umore al solo pensiero di questa insinuazione.
“Davvero? Lui dice il contrario.” lui dice..?
Impossibile. Non crederei a questa cosa a meno che fosse lui in persona a dirmelo.
Da altri non ci credo.
Infatti, non mostro alcuna incertezza quando ribadisco:
“Non ci siamo lasciati.” e, per evitare ogni altra insistenza da parte sua, gli spiego:
“Ci siamo solo presi una pausa.” momentanea.
Che spero termini in fretta…
“Una pausa…” resta in silenzio pensieroso una manciata di attimi, poi continua:
“Se siete in pausa… Che ne dici di uscire insieme, uno di questi giorni?” rimango interdetto.
Ora capisco pure perchè dice che non ascolta mai niente di quello che gli viene detto.
“Stai dicendo sul serio?” si informa Moriyama-san, mentre io sono ancora troppo allibito per reagire.
“Certo!”
“Ma… Hai sentito quello che ti ha detto?”
“Certo! Una pausa è una pausa! Non è detto nemmeno che tornino insieme.” tornare?
“Forse non mi sono spiegato.” ribatto, cominciando veramente ad irritarmi “… Sono fidanzato e amo il mio compagno. Chiaro? Non ho alcun interesse ad uscire con alcuno.” specialmente qualcuno che si permette di parlare di cose che non conosce.
“Come vuoi.” si arrende, almeno apparentemente, con una scrollata di spalle dopo il quale afferra un tovagliolo di carta, su cui annota qualcosa, porgendomelo successivamente dicendomi:
“Se cambi idea, questo è il mio numero. Chiamami.” lo prendo immediatamente e, senza alcuna incertezza, lo faccio scivolare sul ripiano fino a buttarlo direttamente nel cestino verso di me, sotto il suo sguardo che, palesemente, ignora il mio gesto. Tutto quello che fa è un semplice cenno della mano, dopo il quale si congeda, con un che di soddisfazione:
“Ci vediamo!” aspetto che esca definitivamente dal locale per lasciarmi andare ad uno sbuffo, ancora decisamente irritato, al contrario di Moriyama-san che, a differenza mia che torno a concentrarmi sul mio lavoro, rimane a fissare la porta ancora senza parole per diversi secondi.
Credo che volesse dire qualcosa, ma questa volta viene anticipato dal mio collega che, avvicinandosi, mi chiede:
“Tu e Aomine-san vi siete lasciati?” credo che gli basti l’espressione con cui lo incenerisco per avere la sua risposta e, fortunatamente, non chiede altro, tornando alle sue occupazioni, lasciando tuttavia Moriyama-san ancora più ammutolito.
“Alla faccia…” mormora, qualche attimo dopo, ancora perplesso “… Altro che le api con il miele.” già…
Quel tizio non attende altro che tra di noi finisca tutto per farsi avanti e provarci con lui.
Maledizione, con chi credono di avere a che fare, quei due?
Se pensano che ci lasceremo, si sbagliano di grosso.
“Capisco quello che lavora con te, ma Tanaka certo è proprio incredibile. Ancora non si arrende, eh?”
“Perde solo tempo.” ribatto, schiaffeggiando la superficie con l’asciugamano, con cui poi comincio ad asciugare.
“Già…” indugia qualche istante, prima di continuare:
“Anche se… Quanto tempo è passato? Ormai si parla di… Anni, no?”
“E con questo?”
“È… Ammirevole. Non trovi?” lo guardo, cercando di capire dove voglia andare a parare e, per esserne sicuro, mi informo:
“Cosa vuoi dire?”
“Niente. Insomma… Sembra che gli piaci sul serio. Sei sicuro che, conoscendolo, non possa piacerti a tua volta?”
“Magari potrebbe.” lo sa che non escludo mai nulla a priori “… Ma non mi interessa. Sto bene con la persona con cui sto.” e per nulla al mondo ho intenzione di cambiare.
Mi guarda per un lungo momento, in silenzio, poi accenna ad un sorriso e commenta:
“Mi fa piacere sentirtelo dire.”
“Avevi dubbi?” scrolla le spalle, rispondendo:
“Forse un paio ma non molti.” non ho la possibilità di controbattere, anticipato dall’arrivo di Kasamatsu-san che, sedendosi accanto al suo collega, domanda:
“Che mi sono perso?”
“Uno sciame impazzito di api.” risponde il suo vicino, con nonchalance “… Ma non preoccuparti. Il nostro biondino ha ancora le unghie abbastanza affilate da sapersi difendere da solo.” ottengo immediatamente l’attenzione del nuovo arrivato, che mi chiede:
“Stai bene?” annuisco, informandolo:
“Nulla di che.”
“Tra quanto finisci?” guardo l’orologio, rispondendogli:
“Tra un paio d’ore ma non preoccuparti. Torno in treno.”
“Lo sai che non mi piace, quando torni in treno.”
“Lo so.” ammetto “… Ma c’è una cosa che voglio fare.” mi guarda qualche attimo, prima di lasciarsi andare ad un sospiro, con il quale si arrende:
“E va bene, fa’ come vuoi.” si volta verso il suo vicino, concludendo:
“Io ho finito, andiamo.”
“Ok!” mi salutano con un cenno della mano e poi se ne vanno, mentre io rimango al locale, trattenendomi fino alla chiusura e, successivamente, per la strada lì davanti, a camminare semplicemente su e giù.
Come un allocco… In attesa di incrociarlo.
Che arrivi o che vada non importa.
Mi basta… Incrociarlo.
Invece niente e sono costretto ad andarmene se non voglio perdere l’ultimo treno.
Sospiro interiormente, amareggiato e con il morale a terra ma ben deciso a non scoraggiarmi completamente.
Infatti, anche nei giorni successivi attuo la medesima tecnica, con i medesimi risultati, tanto che non mi rimane che ammettere che sembra essere tutto inutile.
Se voglio vederlo… Temo che ci sia una sola cosa che io possa fare.
Spero solo… Che non peggiori le cose.

 

Uno, due, tre, quattro.
Sembrano esserci tutti.
Ricontrollo anche tutto il resto, confermando nuovamente la presenza dell’ordinazione al completo.
Bene.
Nascondo un respiro profondo, poi prendo tutto l’insieme e mi avvio verso la porta, con un semplice:
“Io vado. A dopo.” ottengo solo un cenno rapido da parte del capo e, una volta in strada, riesco giusto ad attraversare prima di avvertire le gambe paralizzarsi per un momento e un nodo all’altezza dello stomaco.
Prendo una boccata a pieni polmoni, cercando in questo modo di allentare un po’ il mio nervosismo, che si fa più marcato quando porto lo sguardo sull’edificio davanti a me, dentro cui riesco ad entrare solo ricordandomi che cosa mi ha spinto a prendere questa decisione.
Mi sento così stupido… E non sono sicuro che sia la mossa migliore da fare.
Ma è l’unica cosa che mi è venuta in mente.
Non devo avanzare molto oltre la soglia per venire bloccato dalla persona di guardia che, come mi vede, mi ferma:
“Ha bisogno?” gli mostro la borsa che porto e, sforzandomi di sorridere, gli spiego:
“Porto il pranzo ai ragazzi del quinto piano.” non posso fare altro, per rivederlo.
Quello mi squadra a lungo, per poi commentare:
“Non sei il solito.”
“No.” replico, anche se non ce n’è bisogno “… Oggi sostituisco il mio collega.” di nuovo, mi studia qualche attimo, prima di proseguire:
“Mi dispiace, non posso farla salire senza aver prima controllato. Mi dia le sue generalità.” sospiro interiormente ma, prima di fare quanto ha detto, una voce alle sue spalle mi anticipa:
“Kise? È da una vita che non ti si vede qui!” poi il suo proprietario si avvicina ed io riesco finalmente a vedere chi è.
“Minato-san, salve. È un piacere rivederla. La trovo in forma.”
“Puoi dirlo forte. È da parecchio che non passo al bar, come stai?”
“Non c’è male, grazie. E lei?”
“Io tutto bene! Mia moglie è in attesa del terzo figlio!”
“Davvero? Congratulazioni.”
“Lo conosci?” ci interrompe il suo collega, ottenendo in risposta:
“Certo! Tu sei arrivato da poco e non esci mai ma qui dentro lo conoscono praticamente tutti. Lavora al bar qui di fronte.” poi torna a darmi la sua attenzione, proseguendo:
“Oggi sei tu l’addetto alle consegne?”
“Solo per oggi.” confermo, con un lieve cenno del capo.
“Aomine sarà felice.” accenno ad una risatina, mascherando quanto poco io sia d’accordo con lui.
Anzi… Penso proprio il contrario.
“Aomine?” gli fa il verso l’altro “… Perchè? Che c’entra Aomine?”
“Ma dai, qui dentro lo sanno tutti quelli che frequentano il bar! È il suo compagno!” torna a guardarmi, chiedendomi:
“Perchè… State ancora insieme, vero? Ho sentito delle brutte voci e non ci voglio assolutamente credere.”
“Certo che stiamo ancora insieme.” confermo, limitandomi ad un leggero sorriso, mentre il suo vicino mormora:
“Aomine è fidanzato?” sospiro interiormente a causa del tono usato.
Un altro? Ma forse non dovrei stupirmi.
Nessuno meglio di me sa quanto può piacere.
“Sali pure!” mi invita Minato-san, facendomi cenno di andare, sebbene il suo collega non sia particolarmente d’accordo:
“Ma non ho ancora preso le sue generalità!”
“Non ce n’è bisogno! Garantisco io per lui!” lo ringrazio e, avendo ormai ottenuto il permesso di salire, così faccio, cominciando non solo a sentirmi incredibilmente stupido ma anche a pensare a quanto pessima sia stata la mia idea.
Cosa penso di risolvere, con questo?
Scuoto mentalmente la testa, ricordandomi l’obiettivo minimo da raggiungere: fargli almeno sapere di volergli parlare.
Mi basta solo cominciare con questo. Poi starà a lui decidere se… Farlo oppure no.
Anche se questo potrebbe significare…
Di nuovo, scuoto mentalmente la testa.
No. Non ci devo pensare.
E così mi sforzo di fare, così come mi sforzo di sorridere quando raggiungo la mia destinazione, dentro cui entro informando i presenti:
“Buongiorno.” si voltano ed io, immediatamente, cerco di evitare lo sguardo di uno in particolare, approfittando immediatamente del fatto che sia Imayoshi-san a chiedermi:
“E tu che ci fai qui?” sollevo leggermente la borsina, replicando come se fosse ovvio:
“Ho portato il pranzo.” ci mettono un attimo a capire le mie parole ed il primo a reagire è Susa-san che, raggiungendomi, mi fa capire di appoggiare il tutto sull’unico angolo di scrivania che riesce a liberare e, mentre lo faccio, mi concedo di lanciare un’occhiata rapidissima al vero motivo per cui sono qui, che intravedo concentrato su alcuni fogli.
Da cui non rialza lo sguardo.
Ed io mi sento davvero davvero stupido.
E vorrei scomparire, se ormai non avessi fatto la frittata.
Infatti, l’unico pensiero che invade la mia mente è solo quello di terminare in fretta per potermene andare velocemente, motivo per il quale non indugio nel passare il primo piatto a Susa-san che lo passa al suo collega.
Subito dopo, mi ritrovo accanto Tanaka che, appoggiandosi con una mano alla scrivania vicino a me, commenta:
“È davvero una bella sorpresa, vederti.” non faccio in tempo a formulare una frase di rimando, anticipato dall’ultima persona che mi aspettavo e che, raggiungendoci, si rivolge proprio a lui, con tono che a me giunge come irritato:
“Sono arrivati i documenti che aspettavi.” ora più che mai, evito il suo sguardo.
Irritato. Un po’ quello che temevo.
E mi sento… Ancora più stupido.
Tuttavia, non ho il tempo di giustificarmi quando il suo collega si allontana, dato che, dopo qualche secondo di silenzio, è ancora lui che mi precede, chiedendomi a voce bassa:
“Che ci fai qui?”
“Ti ho… Portato il pranzo.” mormoro, porgendogli il suo che, come prende in mano, appoggia sul tavolo, senza muoversi, in quel chiaro modo in cui mi fa capire che sa che non è il vero motivo.
E… In fondo… Ha ragione.
Sono venuto qui perchè…
“Vorrei parlarti.” soffio, con un filo di voce e fuggendo con lo sguardo, con la scusa di prendere le bevande che sono ancora nella borsina.
“Sto lavorando.” mi fa notare ed io, immediatamente, mi difendo:
“Non intendo adesso. Quando… Avrai tempo.” se mai lo avrà.
Per ora mi basta… Che sappia che io… Lo sto aspettando. E che non me ne sono andato.
Sospira in maniera non del tutto velata ed io, cercando in tutti i modi di non pentirmi di quello che sto facendo, aggiungo:
“Non ti porterò via molto tempo…”
“Adesso sto lavorando.” ribadisce, come se potessi averlo scordato.
Non ho la forza di replicare e, dopo un paio di secondi ed un altro sospiro, si rivolge agli altri, con un semplice:
“Scusatemi un attimo.” dopo il quale mi fa cenno verso l’ingresso, proseguendo di nuovo a voce bassa:
“Andiamo.” a… Adesso?
N… Non credo di… Essere pronto…
Invece, pare proprio che sia così dato che, fermandosi poco prima dell’uscio, posizionandosi davanti a me come a coprirmi dai suoi colleghi, senza tanti giri di parole riprende:
“Cosa c’è?”
“Io…” indugio un momento, forse troppi, continuando a non guardarlo e in cerca di quelle maledette parole che sembrano non volersi far trovare “… Riguardo a quanto successo… Mi dispiace.” sembra restarne sorpreso ma, come capisco che sta per replicare, mi affretto ad anticiparlo:
“So che non avrei dovuto dire quello che ho detto. Mi dispiace. Davvero.” ancora, mi accorgo che vorrebbe dire la sua e, ancora, glielo impedisco:
“So che non è il posto migliore dove parlarne.” perchè so che è quello che avrebbe detto “… Ma…” quando mi ha chiesto cosa ci fosse, non ho saputo come fare a dirglielo.
Mi interrompo e anche lui rimane in silenzio un istante, dopo il quale, dall’interno della stanza, arriva un:
“Aomine, ti muovi?” che, per poco, non mi fa sobbalzare, sebbene sappia che non dovrei stupirmene.
In fondo… Accade sempre, quando proviamo a parlare.
“Un attimo!” ribatte, voltandosi il tempo necessario per rispondere e, quando torna verso di me, riprendo, con un mormorio:
“Scusa. Immagino di starti disturbando.”
“Non…”
“Aomine!” sospiro interiormente, abbassando maggiormente la testa, avvertendo un nodo alla gola.
Figuriamoci se, per una volta, le cose potevano andare bene.
“Arrivo!” eppure, nonostante le sue parole non si muove ed io faccio appena in tempo a ripetere in un soffio uno:
“Scusa.” prima che i suoi colleghi aggiungano:
“Stiamo aspettando te!”
“Ho detto che arrivo!” ribadisce per non so più quale volta ed io mi trattengo dallo scuotere la testa, riuscendo solo a mormorare:
“Scusa, ti lascio lavorare.” faccio per andare, ma, prima che possa muovermi, domanda:
“C’è altro?” che capisco essere quasi più un’affermazione che una domanda.
Indugio qualche attimo e, conscio che potrebbe essere l’unica occasione per dirglielo in tempi brevi, confesso:
“Volevo solo sapere se… Posso tornare…” a casa “… Da te. Giuro che… Non dirò più niente ma… Ti prego…”
“Aomine, stiamo perdendo tempo!” e, a questo punto, rinuncio completamente.
In questa situazione è… Impossibile.
“Dannazione, mi serve un minuto solo!” ricorda loro, evidentemente irritato ed io, questa volta, non so più cosa dire.
Vorrei solo… Scomparire.
Specialmente quando, con lo stesso tono basso che ha usato prima con me, aggiunge, nella mia direzione:
“Aspetta qui.” dopo il quale si allontana verso la sua scrivania ed io ne approfitto immediatamente per scacciare una lacrima troppo libertina che si è permessa di spuntare all’angolo dell’occhio, cercando di non farmi vedere.
Infatti, credo di sembrare del tutto normale quando torna, riprendendo il discorso con la medesima tonalità:
“Adesso non posso parlarne ma… Ne riparliamo a casa, ok?” a… Casa?
Ci metto qualche attimo per rendermi conto che mi sta porgendo un mazzo di chiavi, che non è uno qualsiasì bensì il mio.
Quello che… Gli avevo fatto trovare nella cassetta della posta.
Lui… L’aveva… Qui?
Lo prendo, cercando senza successo di non far tremare la mia mano, intanto che continua:
“Stasera molto probabilmente finirò tardi. Ma domani cercherò di finire prima. D’accordo?” annuisco appena, non riuscendo proprio ad aprire bocca e potendo solo stringere leggermente più forte quelle chiavi che, in questo momento, rappresentano davvero tutto.
Specialmente… Il fatto di poter tornare a casa con lui e che… Mi stesse aspettando. Anche lui.
Avverto una lacrima scapparmi dagli occhi, ma non sono abbastanza veloce a bloccarla prima che cominci la sua scivolata, che ha corsa ben breve, dal momento che, contro ogni mia aspettativa (e speranza) si ferma sulla sua mano, lì apposta per quello.
Ed io sento solo di voler mettermi a piangere liberamente.
Perchè significa che, nonostante quello che credevo, lui capisce lo stesso che sto male, anche se cercavo di nasconderglielo.
E questo, in qualche modo, mi fa stare… Bene. Meglio…
Invece non posso farlo e, quando i suoi colleghi lo chiamano per l’ennesima volta, non può fare altro che mormorare:
“Devo andare.” annuisco piano, per fargli capire che l’ho sentito e ci metto un po’ prima di poter rispondere:
“Sì… Anch’io.”
“Ok… Allora… Ci vediamo a casa.” a casa…
Rispondo solo con un debole cenno con la testa, non riuscendo più a parlare e, non potendo intrattenermi ulteriormente, recupero le mie cose, congedandomi velocemente dal gruppo per tornare al mio lavoro, tenendo ben vicine le mie chiavi.
Le mie chiavi…
Grazie alle quali posso… Tornare indietro.
Ma questa volta, non rischierò di rovinare tutto.
Non di nuovo.

 

Continua…

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