My world to save (KnB) – Capitolo IX


Ed infatti gli avvenimenti non mi hanno contraddetto: sebbene sia uscito dall’ospedale, sebbene sia ancora in fase di guarigione, sebbene abbia ribadito la sua richiesta, le cose sono rimaste le stesse. Lui lavora ancora con orari improponibili, noi ancora non ci vediamo e la chiusura del caso sembra essere lontana tanto quanto mesi fa.
Ed io… Non so cosa dire o fare per consolarlo, per lenire almeno un po’ l’ennesima delusione che ha subito.
“Kise, per oggi hai finito.” mi avvisa il mio capo “… Vai pure.”
“Sì.” affermo, automaticamente “… Grazie per oggi.” quindi vado a cambiarmi, così da raggiungere Kasamatsu-san, che mi riaccompagna a casa rispettando ancora il mio silenzio, così come sta facendo da giorni.
“Grazie di avermi riaccompagnato.” mormoro, scendendo dalla macchina.
“Non c’è problema.” replica e, nonostante sappia che in tempi normali aggiungerebbe altro, non insiste nemmeno questa volta, lasciandomi da solo a pochi passi da casa.
Senza nessuno, posso finalmente lasciarmi andare ad un pesante sospiro sconsolato.
Se il fatto di esserci reciprocamente detti di voler continuare a stare insieme ha riacceso un barlume di speranza nella nostra relazione, il ritorno alla vita quotidiana la sta di nuovo lentamente spegnendo.
Davvero non c’è modo, per noi, di recuperare quello che eravamo?
Davvero io non riesco a fare niente, per cambiare questa situazione?
Io… Ancora ci credo. So che torneremo com’eravamo quando tutto andava bene.
La domanda è solo: quando giungerà questo quando? E cosa posso fare, per renderlo sufficiente vicino da non essere troppo tardi?
Apro la porta d’ingresso, accorgendomi solo ora e con una certa sorpresa, della luce accesa.
Ma, se il mio cuore per un secondo batte più veloce per la speranza di poter essere smentito e avere di nuovo un momento per noi, fosse anche solo un saluto, questa viene presto soffocata dall’ansia che sia successo qualcosa, qualcosa di grave.
Perchè sarebbe già qui, altrimenti?
Ne ho quasi conferma quando il mio sguardo si porta sul mio compagno, seduto al tavolo profondamente immerso nei suoi pensieri e con la testa sorretta tra le mani, circondato da un’atmosfera pesante che appesantisce anche me.
Si accorge di me e, portando su di me il suo sguardo, vi leggo un’ulteriore conferma alle mie preoccupazioni.
Mi levo la giacca e, dopo averla lanciata sul divano, mi avvicino a lui, sforzandomi di domandare:
“Qualcosa non va?” piuttosto che ‘cosa c’è che non va?’.
Infatti sospira, tirandosi indietro ma intrecciando le mani sul tavolo, replicando in un sussurro:
“Puoi sederti?” questo conferma solo i miei timori: è successo qualcosa.
E qualcosa di grave.
Ciononostante, lo raggiungo immediatamente, cercando di intuire la risposta alla mia domanda dalla sua espressione e, di conseguenza, cosa poter fare per farlo sentire meglio ma, alla fine, posso solo arrendermi ed attendere che sia lui a mettermi al corrente di quel che accade, con lo sguardo basso:
“Ho parlato di nuovo con Imayoshi e con il capo, per il trasferimento.” ci metto qualche attimo a capire ma, poi, in risposta al suo silenzio, mi trattengo dallo scuotere la testa, rassegnato.
Gli avranno certamente detto di no. E adesso lui…
Non concludo il pensiero, anticipato da lui che prosegue:
“Mi hanno detto… Che va bene.” ne resto sorpreso, sorpresa che svanisce quando aggiunge:
“Una volta che avremmo chiuso il caso.” questa volta non mi trattengo dallo scuotere veramente la tesa, complice il fatto che non mi veda.
Un modo velato per dirgli di no.
Ciononostante, mi sforzo di cercare altro da dire, rendendomi purtroppo presto conto di non trovare le parole con cui appianare la sua amarezza. Questo dà a lui la possibilità di proseguire, con la voce velata di sconforto e per la quale non posso che preoccuparmi maggiormente:
“Ma Imayoshi vuole… Dare una svolta al caso. Ha pensato che, se loro hanno una talpa tra le nostre file, allora anche noi possiamo giocare allo stesso gioco.” a queste parole mi paralizzo ma, fortunatamente, sono esonerato dal chiedergli cosa questo significhi, dal momento che me lo spiega da solo:
“Mi ha proposto… Di andare sotto copertura… E… Di infiltrarmi in qualche modo nel clan che stiamo cercando di sgominare.” co..?
Sotto copertura?
No. È… Troppo pericoloso ed io… Io non voglio… Che lo faccia…
Non voglio… Che sia lui… A farlo…
“P… Perchè?” perchè lui?
Non si è ancora ripreso dalla ferita e…
E ha me e…
E ha chiesto il trasferimento e…
Perchè?
Eppure, sono ben consapevole delle risposte a tutte le mie domande.
A loro non importa se si sia ripreso o no. Così come non importa… Della nostra relazione… E ancor meno… Della sua richiesta. Anzi, in questo modo possono… Tenerlo vincolato a loro ancora per chissà quanto altro tempo…
Ma, di tutto questo, riesco solo a mormorare il fatto più evidente:
“La tua ferita…” sospira pesantemente, portandosi una mano tra i capelli e spiegandomi:
“Sta guarendo, fa male solo una volta ogni tanto. Vuole usare questa scusa per giustificare agli altri la mia assenza, facendola passare per un peggioramento.”
“Parli… Come se fosse stato già tutto deciso…” ma io… Non voglio credere che…
Dal modo in cui tiene lo sguardo basso mi è chiaro come sia realmente così e di come qualsiasi cosa lui abbia provato a dire non abbia sortito alcun effetto.
E se vuole tornare da me, cosa che davvero vuole fare… Non gli lasciano altra scelta.
Non è giusto.
Quasi sobbalzo quando, senza preavviso, guardando di lato, picchia un pugno sul tavolo, con un:
“Maledizione.” appena sibilato tra i denti e che mi fa capire che non è tutto qui.
C’è dell’altro. Molto altro.
Qualcosa che…
“Cosa c’è che non vuoi dirmi?” sposta lo sguardo in avanti ma senza rialzarlo e, dopo un lungo, lungo momento di silenzio, finalmente risponde:
“Questa cosa che vogliono fare… È pericolosa.” lo so “… Ed è… Molto delicata. Basta un passo falso per far saltare tutto e…”
“Che cosa non vuoi dirmi?” ribadisco, cercando di apparire sicuro.
Se è un peso così grosso quello che ha dentro, voglio che lo butti fuori.
Io sono abbastanza forte da reggere qualsiasi colpo.
Di nuovo, devo lasciargli qualche istante prima che me ne metta a conoscenza:
“Per fare questa cosa… Non devo avere legami.” sento il terreno mancarmi sotto i piedi.
Non..?
Mi è immediatamente chiaro il significato velato di questa frase.
Per fare questa cosa… Non possiamo più… Stare insieme.
Siamo… Davvero giunti alla fine?
È così… Che finisce?
Così? Per questo motivo? Nel tentativo di… Non lasciarci?
No.
No.
No, no, no!
Eppure non riesco ad emettere alcun suono, così come non riesco ad evitare che le lacrime che mi salgano agli occhi o a muovermi.
Riesco solo a rimanere immobile a fissarlo, senza metterlo a fuoco, con un assordante silenzio che rimbomba nella mia testa e un dolore al petto che non si avvicina minimamente a quanto provato fino ad ora.
Se ne rende conto solo quando mi guarda, per poi sospirare:
“Kise…” prende una pausa e poi prosegue:
“Non fare quella faccia, ti prego… Non è per davvero. Devo solo… Convincere gli altri. Sarebbe… Solo per finta.” fi… Finta?
Quindi… Dovremmo davvero fingere… Che tra noi sia finita?
Comportarci come… Se non ci fosse più niente… Ad unirci?
Impotente, avverto le prime lacrime cadermi dagli occhi, seguite dal sospiro sconfortato con il quale si alza, facendo il giro del tavolo per venire di fronte a me, tendere una mano nella mia direzione e bisbigliare:
“Vieni qui.” mi fa alzare e, non appena le mie braccia si allacciano una al suo collo e l’altra sotto il braccio e le sue fanno altrettanto con la mia vita, non riesco a trattenermi oltre, scoppiando a piangere e aggrappandomi più che posso a lui.
Io non…
“Non voglio… Che tu lo faccia…” è pericoloso e…
Non voglio… Neanche se per finta… Non voglio fare come se… Se non contassimo più niente… L’uno per l’altro…
“Lo so. Ma non mi lasciano alternative.” lo so. Però…
Credevo di essere forte ma… Evidentemente… Non lo sono abbastanza da reggere… Questo.
“Avevo pensato…” mormora, dopo qualche momento e cercando di sdrammatizzare “… Ad una lite di quelle… Da urla e piatti rotti ma…” torna serio “… Non ce la fai, vero?” scuoto la testa, anche se consapevole di quanto sia superfluo.
No, non ce la faccio.
Non ce la faccio a lasciarlo, non ce la faccio a fingere…
Semplicemente non ce la faccio.
“Beh, poco importa.” continua, abbassando sempre di più il tono di voce, fino a renderla un filo “… Tanto… Non abbiamo vicini che possano sentire.” mi stringe un po’ più forte ma, quando nasconde il volto contro il mio collo, avverto chiaramente qualcosa bagnare la mia pelle, qualcosa che può essere una cosa soltanto e che mi porta, oltre che a rafforzare a mia volta la mia stretta, a piangere ancor più copiosamente.
Mi lascia stare così per non so quale infinità di tempo, dopo la quale, gradualmente, il mio pianto si ridimensiona e, sforzandomi di tornare in me, faccio molta più fatica a sciogliere l’abbraccio che ci lega, dandogli la possibilità di prendermi il viso tra le mani, asciugare le ultime lacrime che ancora cadono sulle mie guance e sussurrare:
“Adesso ascoltami, ok? È troppo pericoloso per te rimanere qui. Trova una stanza d’albergo, Imayoshi sa tutto e ti cercherà un appartamento sicuro dove stare fino al termine dell’operazione.” annuisco debolmente “… Se ti si dovesse avvicinare qualcuno che non conosci e che ti chiede di me… Non sai chi sono, d’accordo?” mi costringo a ripetere il gesto mentre la sua voce si riduce di nuovo ad un filo “… So che è difficile ma… Non dire niente a nessuno, nemmeno a Kasamatsu-senpai.” mi obbligo di nuovo ad annuire “… Blocca anche il mio numero, ok?” questa volta faccio di tutto per riuscire a bisbigliare un appena udibile:
“Ok…” sospira appena, asciugandomi le nuove lacrime che mi cadono dagli occhi ed infine riprendere:
“Kise… Non ti chiederò di non preoccuparti, al contrario. Solo…”
“Lo so…” non farlo di fronte agli altri.
“Già…” conferma, senza lasciarmi andare.
Infine, mi obbligo a essere io a rompere la situazione di stallo, bisbigliando:
“Per essere credibili… Forse è il caso… Che me ne vada stasera..?” sembra sorprendersi per un istante, poi emettere un mezzo sospiro come rincuorato e mormorare:
“Sì, forse sì.”
“Ma…” riprovo, cercando di frenare le ultime lacrime “… Per essere credibile, forse… Posso aspettare… Ancora un momento?” se dobbiamo far credere di aver litigato… Un litigio, forse… Potrebbe durare di più?
Almeno nel nostro caso…
“Sì…” conferma, con un filo di voce, prima di lasciarmi andare e permettermi così di ritrovare rifugio aggrappato a lui, sopraffatto ancora una volta dal pianto.
No, non sono affatto forte abbastanza da… Da poter affrontare questo.
O almeno non subito.
Fortunatamente, non sembra essere un problema per lui, che ricambia la mia stretta senza mettermi alcuna fretta, tenendomi stretto a sè per lungo tempo, sussurrando una volta sola:
“Non temere. Starò bene.” poi, però, rendendomi conto che più indugio più rendo la cosa difficile per entrambi, mi costringo a sciogliere il nostro abbraccio e, con parecchia fatica, prendere alcune delle mie cose da mettere in una borsa.
Indugio un momento ancora, sotto il suo sguardo, prima di costringermi a scivolare via con la mano dalla sua e dare il via alla nostra farsa, uscendo di casa, da solo e nel cuore della notte, ma con i denti stretti per non cedere ad alcuna emozione esteriore, almeno fino alla prima stanza d’albergo che trovo disponibile, dove finalmente lascio uscire di nuovo tutto.
Solo per stanotte.
Io… Non voglio che affronti questa cosa da solo ma… Se questo è quello che posso fare per aiutarlo, io… Terrò duro.
E sarò forte per entrambi.

 

Continua…

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