Capitolo II


** Aomine **
Maledizione…
Lancio il foglio che tengo in mano sulla scrivania sopra tutti gli altri, nascondendo un ringhio di disappunto passandomi le mani sul volto.
Vicolo cieco anche questa volta.
Come diamine fanno?**
“Non perdere tempo!” mi riprende Tanaka, irritato, verso cui, con il medesimo tono, ribatto:
“Non sto perdendo tempo!” semplicemente non riesco a venirne a capo.
“Se non riusciamo a capire il loro trucco, perderemo tutto il vantaggio che abbiamo accumulato fino ad ora!” pensa che non lo sappia?
Pensa che tutte le volte che mi fermo fino a tardi, mangio in ufficio, mi alzo di notte per venire qui siano per divertimento? Se è così, si sbaglia.
Lo so che non possiamo permetterci di rilassarci un momento e che la probabile chiave che potrebbe dare una svolta a queste indagini è proprio tra queste carte.
Ma non la trovo.
Sospiro e il mio sguardo si posa inesorabilmente sul sacchetto del bar che, fino a qualche ora fa, conteneva il nostro pranzo.
Scuoto mentalmente la testa, consapevole che non è così che troverò quel che cerco e mi costringo a farmi forza, riprendendo a cercare nelle scartoffie quell’unico indizio che sembra sfuggirci.
Devo trovarlo. Dobbiamo fermarli, prima che sia troppo tardi!
Stiamo dando la caccia a questo boss della yakuza che sembra essere sempre un passo davanti a noi da quanto? Così tanti mesi che ho perso il conto.
Ma non intendo arrendermi. Non intendo dargliela vinta, dovessi passare un mese chiuso qui dentro.
Poi, finalmente, la soluzione pare arrivare da sola su un paio di gambe che non sono le mie, bensì quelle di Imayoshi che, spalancando la porta, entra sventolando diversi fogli, esclamando:
“L’unità antimafia di Gifu ci ha mandato gli ultimi documenti!”
“Gli ultimi documenti?” domando, non certo di aver capito bene e facendolo annuire.
“Manca una parte a quelli che hai guardato fino ad ora. Non te ne sei accorto?”
“Certo che me ne sono accorto.” ma, visto che qualcuno non ha detto niente, credevo fossero tutti.
E, nel pensarlo, fulmino Tanaka che, incurante della cosa, si avvicina a Imayoshi, prende i fogli e, facendoli passare velocemente, commenta:
“Bene! Forse qui troveremo qualcosa!” me li butta davanti, concludendo:
“Controllali.” io?
“Ehy.” ribatto, in totale disaccordo “… Ti faccio notare che è sono più di dieci ore che sto facendo passare documenti su documenti.”
“E con questo?” con questo? Con questo voglio fare qualcosa di più attivo! “… Se non capiamo il loro metodo, continueremo ad avanzare per tentativi e finiremo solo per attirare l’attenzione e fregarci con le nostre stesse mani.” lo so!
Ma sono stufo di stare in ufficio! Voglio arrestarli! O portare avanti le indagini sul campo!
“Capisco quello che provi, Aomine.” interviene Imayoshi, cercando di fare da intermediario “… Anch’io vorrei poter passare all’azione. Ma siamo in carenza di personale e fino a quano Susa non potrà riprendere servizio, la cosa graverà sempre di più su tutti.”
“Non ripetere in continuazione cose che so.” ribatto, stizzito, prendendo ugualmente i fogli che devo guardare.
Così comincio, massaggiandomi debolmente gli occhi sentendoli decisamente più stanchi di quanto vorrei permettermi, per poi riprendere e venire interrotto un paio di ore dopo dalla porta che si apre di nuovo, portando con sè l’inconfondibile aroma di caffè.
“Anche oggi facciamo le ore piccole?” questa voce…
Alzo gli occhi di scatto, sorprendendomi di vedere qui l’ultima persona che mi aspettavo.
“Susa!” esclamano i miei colleghi, correndogli incontro e, mentre Tanaka si occupa di prendere il vassoio con il caffè, Imayoshi lo riprende:
“Dovresti stare a riposo.”
“Hai ragione, ma non ce la faccio. E poi, devo solo fare attenzione a non sforzare il braccio, posso benissimo sfogliare qualche foglio.”
“Sì, ma non puoi guidare.” insiste il quattrocchi, a cui risponde un’altra inconfondibile voce proveniente dalle spalle del nuovo arrivato:
“Aah, senpai, mi dispiace! Ma il senpai mi ha chiamato chiedendomi di accompagnarlo e io..! Mi dispiace!”
“Oi, Ryo.” lo riprendo, cercando di zittire le sue continue scuse e interrompere i suoi continui inchini “… Datti una calmata.”
“Aomine ha ragione, Sakurai. Non è colpa tua.” sospira il suo interlocutore, rassegnato, per poi tornare a rivolgersi all’altro e precisare:
“Non dovresti strafare.”
“Non preoccuparti.” afferma il diretto interessato, sedendosi accanto a me per porgermi un bicchiere di caffè, che comincio lentamente a bere “… Intendo solo dare una mano per quel che posso, non certo intralciarvi o peggiorare le mie condizioni. Voglio tornare ad essere pienamente operativo il prima possibile.”
“Anche noi, è per questo che il medico ti ha ordinato di stare a riposo.” non demorde Imayoshi, sebbene dal tono di voce è ormai chiaro che sta per cedere anche lui “… Ed è quello che anch’io vorrei che facessi.”
“Non preoccuparti.” lo rassicura nuovamente “… Ho detto che darò una mano, non che riprendo il mio posto. So benissimo che siamo in carenza di personale e il fatto che io non possa essere qui pesa su tutti voi. Quindi, intanto che ci sono scartoffie da guardare, c’è del lavoro che anch’io posso fare.” poi chiude il discorso, terminando:
“In questo modo, tu e Aomine potete tornare a casa, per stasera.” non intervengo, in parte d’accordo con entrambi.
Lui è ferito e dovrebbe stare a riposo. D’altronde, ammetto che, per una volta, non mi dispiacerebbe fare una dormita come si deve.
Per questo, attendo la decisione del quattrocchi che, dopo qualche attimo in cui si fissano in silenzio, sospira, cedendo:
“E va bene. Andiamo, Aomine.”
“Lasciate fare a noi, senpai!” ci prova Ryo, deciso “… Sapremo cavarcela.”
“Non ho dubbi, su questo.” ammette, facendomi cenno di andare, per poi fissare Susa e ribadire un semplice:
“Mi raccomando.” molto eloquente.
Dal canto mio, posso solo alzarmi e mormorare al mio senpai:
“Grazie. Torno domani mattina a darti il cambio.”
“Non preoccuparti.” replica, scuotendo lentamente la testa e, non avendo altro da aggiungere, raggiungo il mio collega, con il quale esco dall’edificio, ignorando le sue lamentele riguardo al comportamento del nostro elemento che dovrebbe stare a riposo.
Salgo in macchina, o meglio, mi lascio cadere sul sedile, improvvisamente più stanco di quanto non fossi prima.
Infine, guardo il bicchiere con il mio caffè, avvertendo ancora in bocca il suo retrogusto di caramello.
Non era necessario.
Guardo l’ora.
Le nove e mezza di sera.
Indugio qualche attimo, indeciso sul da farsi, ma poi prendo la mia decisione, scendendo dal mezzo per attraversare la strada ed entrare nel locale di fronte, stasera incredibilmente tranquillo.
Porto immediatamente lo sguardo oltre il bancone, alla ricerca di una persona ben precisa che, tuttavia, non vedo. Faccio quindi altrettanto con la porta che dà sul retro, come se dovesse uscirne a breve.
Tuttavia, è l’altro ragazzo ad accorgersi di me e ad attirare la mia attenzione, esclamando:
“Aomine-san! Che sorpresa! Prende qualcosa?”
“No, grazie.” rifiuto, senza riuscire a smettere di spostare lo sguardo per tutto il locale “… Io…” a dire il vero “… Cercavo Kise.” rimane pensieroso una manciata di attimi, poi replica:
“Ha finito il turno dieci minuti fa.” ah. Un tempismo impeccabile, direi. “… È uscito da poco. Glielo chiamo? Aveva bisogno?”
“No, no, lascia stare.” lo rassicuro “… Non era niente di importante. Grazie, buonasera.”
“Arrivederci, torni a trovarci!” non replico, tornando in strada e, come un idiota, in macchina, portando di nuovo lo sguardo sull’ora.
Dieci minuti.
Scuoto la testa, sospirando pesantemente, poi non mi rimane altro da fare che tornare a casa, da solo, approfittando del tragitto che percorro nel silenzio disturbato solo dal normale traffico serale per pensare.
A noi. O quel che ne rimane.
Mentirei se dicessi che non mi sono accorto che il nostro legame sta andando rompendosi sempre di più. Negherei l’evidenza.
È come una corda. Di cui un filo dopo l’altro si sta spezzando.
E ora quanti ne rimangono? Tre? Quattro?
Due?
E quanto passerà prima che si spezzino del tutto?
Sbadiglio, senza interrompere la mia catena di pensieri.
Se non fosse per lui che cerca come può di tenere in piedi la situazione, sarebbe finita già da un pezzo.
Se fossimo entrambi come lui… Non avremmo tutti questi problemi, che non riusciamo neanche ad affrontare, come se in questo modo non fossimo costretti ad ammettere la loro presenza.
Se invece fossimo entrambi come me… Beh… Le cose sarebbero già finite da un pezzo.
Sospiro, tirando indiero la testa e appoggiandola totalmente allo schienale.
Se non fosse per lui.
Ripenso al retrogusto di caramello nel mio caffè.
Non era necessario. Ma non sono nemmeno in grado di farglielo capire.
Perchè non riesco mai a parlarci… Conoscendolo, basterebbe poco per fargli capire che non deve preoccuparsi.
Basterebbe solo… Parlare un po’, anche fossero solo quattro frasi una di fila all’altra. So che gli basterebbe quello…
Per fargli capire che i miei sentimenti per lui non sono nè mutati nè indeboliti.
Ma non ci riesco.
Un po’ perchè vederci per più di cinque minuti consecutivi sembra essere diventato un evento più unico che raro.
E un po’ perchè… Ho paura…
Se mi sbagliassi? Se non bastasse così poco a cancellare le sue preoccupazioni, cosa farei? Cosa potrei fare?
Finirebbe… Tutto?
Alla fine siamo appesi ad un filo di supposizioni basate su come si è siluppato il nostro rapporto finora: io credo perchè quando tutto andava bene era così.
Arrivo a casa e me ne rendo conto solo quando mi fermo, ormai talmente abituato alla strada da non essermi reso conto di averla percorsa. Lì, resto comunque in macchina qualche minuto, a finire di pensare, sebbene non ci sia molto ancora su cui farlo.
Nascondo il viso tra le mani, avvertendo quel mal di testa che ha bloccato i miei pensieri poco fa aumentare incredibilmente.
Ma devo farmi forza. Non posso lasciare tutto a lui. I pesi… Si portano meglio, in due…
Scendo dalla macchina.
Ce la posso fare. Se questo mal di testa passasse…

 
** Kise **
Sospiro, varcando la soglia d’ingresso e richiudendomela alle spalle, buttando poi la giacca sul divano appena oltre l’ingresso e andando a sedermi al tavolo, per nulla invogliato a mettermi a cucinare.
Non mi va di mangiare da solo, anche se ormai me ne sto facendo controvoglia una ragione.
So che il suo lavoro è importante e che ha la priorità. Lo so e non ho mai voluto intromettermi. Solo che… Mi piacerebbe, per una volta… Cenare di nuovo insieme.
O pranzare…
O fare colazione…
Mi basterebbe anche solo che venisse al bar, una volta e, magari, fare due parole.
Due parole… Per come è la situazione attuale, sarebbe sufficiente questo…
Scuoto la testa, dandomi mentalmente del cretino.
Così è il modo migliore di sbagliare. Anche se nei miei pensieri, mi sto intromettendo nel suo lavoro ed io mi sono promesso di non farlo, anche se ormai non riesco a non preoccuparmi per lui. E continuare a giustificarmi da solo ripetendomi che è normale non aiuta.
Affatto.
È in grado di cavarsela da solo, lo sappiamo entrambi. Conosce i suoi limiti. E so che tiene a me abbastanza da non superarli.
Quindi… Fino a quando ce la farà… Non mi devo intromettere.
Guardo la mia giacca e, sospirando, mi do mentalmente dello sciocco, questa volta per un motivo diverso. Quindi mi alzo, affrettandomi a toglierla per appenderla al suo posto.
Se dovesse tornare, potrebbe essere stanco. E potrebbe volersi stendere. Con la mia giacca lì…
Di nuovo, mi do mentalmente dello stupido.
Come se ci fosse la possibilità che torni così presto.
Ma, se sono il primo a precludere anche solo mentalmente qualunque cosa possa riavvicinarci, dubito di avere abbastanza possibilità che una sola di esse si realizzi.
Se comincio a vedere tutto nero, non riuscirò a trovare una macchia di bianco. E allora… Dovremo ammettere che è finita…
Invece, faccio appena in tempo a concludere il pensiero prima di sentire la porta aprirsi e, con un sobbalzo, mi volto verso di essa, restando ancor più sorpreso di vederlo veramente entrare.
Mi lancia un’occhiata distratta, dopo la quale mormora un debole:
“Sono a casa…”
“Sì…” lo vedo…
Raggiunge il divano, sopra cui si lascia cadere a peso morto e con un lungo sospiro mentre io, come un allocco, rimango a guardarlo fermo dove sono, in piedi vicino all’attaccapanni.
“Sei…” azzardo, non sicuro che sia la frase migliore con cui esordire, mentre mi avvicino a lui “… Tornato presto, oggi.” credevo che sarebbe rientrato verso mezzanotte, per non dire l’una…
“Susa è rientrato oggi.” biascica, ad occhi chiusi, intanto che mi siedo accanto a lui “… Mi ha dato il cambio.”
“Ah.” non aggiungo altro, limitandomi a guardarlo mentre porta le mani a coprire gli occhi.
Alzo una mano, avvicinandomi a sfiorargli i capelli, mormorando:
“Sei stanco.” dovrebbe…
“Lo so, non c’è bisogno che me lo dica tu.” ribatte, con una nota che percepisco come irritata, mentre schiaffeggia la mia mano, allontanandola da sè.
Mi ammutolisco, rinunciando al mio gesto e non riuscendo nemmeno a trovare il coraggio di chiedergli scusa e, dopo aver sospirato pesantemente ancora una volta, si alza, bisbigliando:
“Vado a fare una doccia.”
“Sì.” rispondo meccanicamente, facendo altrettanto “… Io preparo la cena.” e, per dare credibilità alle mie parole, mi avvio verso la cucina, fermandomi un attimo solo quando mi sembra di avvertire il suo sguardo su di me.
Mi volto in cerca di conferma, dandomi dello stupido non appena mi accorgo che mi sbagliavo, dato che, senza alcun indugio, ha preso la via del bagno.
Eppure, rimango a guardarlo una manciata di istanti, come se in questo modo potesse voltarsi e, infine, scuoto debolmente la testa, raggiungendo i fornelli, contro cui mi appoggio, ripensando al nostro “scambio” di battute.
Che stupido, che sono…
È impossibile che sapesse quello che stavo per fare. Non mi guardava ed era così stanco… Come avrebbe potuto?
E il suo tono… Non ho dubbi sul fatto che fosse dovuto alla stanchezza. Di solito… Era così.
E le sue parole… Beh, su quello ha ragione, non posso certo dargli torto. Avrei fatto meglio a tacere, non voglio che capisca che mi preoccupo per lui.
Se lo percepisse… Sarebbe addossargli un altro peso da portare. E ora come ora, voglio solo… Che passi alla svelta questo momento di difficoltà che ha sul lavoro.
Quindi… Non ha senso rimanerci male.
Fatto il riepilogo delle mie priorità, posso finalmente concentrarmi sulla cena, prendendo due porzioni di spaghetti e buttandoli in padella, con un po’ di verdure, carne e salsa, dando loro il tempo di amalgamarsi.
Poco dopo, avverto i suoi passi che lo conducono nella stanza e, dando un’occhiata di sfuggita alle ombre sulla parete, immagino che si sia seduto al tavolo, restando però in silenzio.
Non trovo il coraggio di informarlo che sarà pronto a breve, limitandomi ad attendere che il tempo passi ed io abbia quindi la possibilità di fare le due porzioni e portargli il piatto, mormorando:
“Spero vada bene.” annuisce appena, con quel modo leggero per il quale capisco che, praticamente, non mi ha sentito ed io, di nuovo, mi sento così stupido da pentirmi di avere parlato.
Insomma, anche se non gli andasse bene, cosa potrei fare?
In casa non c’è molto ed io nemmeno mi aspettavo che tornasse presto, oggi.
Quindi… Anche volendo… C’è solo questo…
Mi siedo al mio posto, di fronte a lui e mangiamo in silenzio, sebbene io continui a lanciargli delle veloci occhiate per studiare le sue reazioni che non posso cogliere, dal momento che tiene la testa bassa.
E mangia piano. E poco alla volta.
E quando fa così è perchè… È chiuso nei suoi pensieri.
Sospiro interiormente.
Probabilmente starà pensando al suo lavoro.
Avverto lo stomaco chiudersi, tanto che devo attendere qualche attimo prima di riuscire a riprendere a mangiare, attimi che passo giocando con un paio di spaghetti che trascino per il piatto. Poi, però, mi faccio forza, ricordandomi che, se dovessi dargli un’altra fonte di preoccupazione adesso, non sarei di alcun aiuto alla nostra situazione.
Prima o poi passerà. Devo solo farmi forza fino a quando non sarà finito tutto.
Esco dai miei pensieri a causa della sua voce che mi ridesta, mormorando:
“Mi dispiace, per prima.” e… Eh?
“Come?” chiedo, alzando sorpreso lo sguardo su di lui che, naturalmente, lo tiene di lato.
“Prima… Non volevo… Non intendevo…” rimango a fissarlo spero non a bocca aperta, sentendomi particolarmente stupido quando mi rendo conto che era questo ciò che lo tormentava e ciò mi porta di conseguenza ad avvertire gli occhi farsi leggermente lucidi.
E a sentirmi improvvisamente sollevato.
“Non importa.” mormoro, cercando di apparire tranquillo.
“Davvero?” annuisco leggermente e, cercando di accennare ad un sorriso, replico:
“L’avevo immaginato.” non replica, sebbene mi pare di cogliere le sue spalle rilassarsi leggermente.
Comunque, come sempre, il silenzio torna a calare su di noi e con esso quell’aria di leggera tensione che non so mai come alleggerire.
Anche questa volta, è ancora lui a prendere l’iniziativa, alzandosi e mormorando:
“Vado a stendermi.”
“Ok.” indugia un attimo, ma poi si avvia verso la porta, mentre a me non rimane che tirare insieme i piatti.
“Vuoi..?” mi volto verso di lui, ancora sulla soglia “… Una mano?” a sistemare?
Mi sforzo di sorridere, rassicurandolo:
“No, non preoccuparti.” certo, non posso negare che mi avrebbe fatto piacere, dato che avrebbe potuto essere l’occasione per restare un po’ insieme.
Ma sono anche il primo a volere che lui riposi, quindi non ho alcun problema a mettere in ordine da solo.
Scompare per alcuni secondi, per poi tornare di nuovo e di nuovo prendere la mia attenzione:
“Dopo…” lo guardo “… Vieni di là?” annuisco appena, non riuscendo nemmeno ad avere la forza di rispondere a parole.
Ancora, indugia qualche istante prima di allontanarsi, questa volta pare definitivamente e, mentre finisco di rassettare il locale, approfitto della cosa per pensare.
Mi sforzo di sorridere
Già… Quando sono con lui vorrei che fosse tutto naturale. Come era una volta…
Ma ultimamente… La mia naturalezza ha cancellato il mio sorriso.
Per fortuna non se n’è accorto. Ed io devo tenere duro ancora un altro po’.
Mi chiedo quando è stata l’ultima volta che ho sorriso. Probabilmente l’ultima volta che abbiamo trascorso del tempo insieme, quindi direi… All’incirca poco dopo che cambiasse sezione.
Ma ha detto che sarebbe stata una cosa passeggera. Che sarebbe durata fino a che non fossero stati più in carenza di personale e/o avessero chiuso il caso delicato che avevano tra le mani… E a cui se ne è susseguito uno dietro l’altro.
E di assunzioni nemmeno l’ombra.
Ma io… Continuo a credere alle sue parole. Non andranno avanti così per tutta la vita ed io… Devo solo aspettare.
Quando le cose torneranno ad essere normali, anche fra di noi tutto riprenderà ad essere come era.
Ok, forse non esattamente com’era, ci sarà sempre l’ombra del suo lavoro, ma molto simile ad allora. A come voglio che sia.
Scuoto debolmente la testa, rendendomi conto che più rimurgino su queste cose e più questa sensazione peggiora e, di conseguenza, mi impegno a terminare di mettere in ordine e poi di assumere un’espressione apparentemente allegra, con la quale raggiungo la camera da letto.
La prima regola per resistere è non dargli ulteriori preoccupazioni.
Il nostro rapporto sta andando facendosi sempre più fragile. Evitiamo qualunque cosa possa rompere questo delicato equilibrio.
Mi affaccio alla porta, vedendolo steso sul letto, con gli occhi chiusi e il respiro regolare, condizione che continua anche quando lo chiamo.
Sospiro, smettendo finalmente di cercare come uno sciocco di sorridere, ringraziando il fatto che dorma.
Era… Così dannatamente difficile fingere che andasse tutto bene.
O meglio: è così dannatamente difficile fingere che vada tutto bene.
Lo raggiungo sul materasso, mettendomi dalla mia parte accanto a lui, concedendomi di guardarlo.
È davvero stanco. E non mi stupirebbe scoprire che non si sentiva bene. Mi è chiaro dal poco tempo che ci ha messo a crollare.
Per una di quelle poche volte in cui avevamo un po’ di tempo da passare insieme.
Ma, ormai, mi sto abituando anche a questo.
Perlomeno, mi auguro che riesca a riposare davvero.
Gli accarezzo piano i capelli, smettendo non appena mugugna di protesta, voltandosi su un fianco dalla parte opposta a me, dettaglio per il quale lascio perdere.
Prima di svegliarlo…
E, proprio per questo, non accendo la tv ma, al contrario, prendo una coperta dall’armadio con la quale lo copro, per poi stendendermi sotto le lenzuola e, a mia volta, provare a dormire cercando di consolarmi.
Perlomeno, stanotte non andrà sul divano…
Spero…

 
Continua…

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