Capitolo IX


È proprio quello a cui penso, mentre vigilo sulle sue condizioni, che vanno peggiorando, facendomi diventare sempre più preda del panico.
E a distrarmi da questo è ancora la sua voce, che ansima:
“Newt… Non fare lo stupido. Torna da lui.”
“No.” affermo, cambiando la benda sulla sua fronte “… Io non ti lascio.”
“Andiamo, Newt. Io ormai sono spacciato. Non sento più la gamba, ho freddo…”

“Non dire così.” lo zittisco, percependo fin troppo chiaramente gli occhi lucidi “… Troveremo una soluzione. Vedrai.”
“Non ci credi più nemmeno tu.” non riesco a ribattere, ben sapendo che ha ragione.
Siamo qui da quasi una settimana, senza riuscire a muoverci a causa della sua gamba.
Ed io mi sento inutile.
Impotente.
Inadeguato.
Cerco di distrarmi, portando una mano al collo, dandomi mentalmente dello stupido quando non trovo niente.
Dello stupido… È esattamente quello che sono.
Che cosa pensavo di risolvere?
O meglio: che cosa ho risolto, con le mie azioni?
Niente. Assolutamente niente.
Ed io… Sono stanco del niente.
Avverto gli occhi pizzicare e mi affretto a nasconderli, accorgendomi solo in un secondo momento di quanto sia debole il respiro del mio compagno, a cui do immediatamente la mia attenzione.
“Minho.” provo a chiamarlo, combattendo contro il panico che avverto già pronto ad assalirmi “… Minho!” non risponde, nonostante tutti i miei tentativi di farlo riprendere che falliscono miseramente, aumentando la mia agitazione, tanto da non sapere proprio più cosa fare.
A peggiorare la situazione, circa un’ora dopo, è il rumore di cavalli al galoppo che rompe il silenzio che regna nel villaggio deserto e che mi fa sobbalzare, aggrappandomi al braccio del mio vicino, ancora completamente privo di sensi.
Infine mi torna in mente la guardia che abbiamo disarcionato e messo fuori combattimento e, soprattutto, il suo compagno, che ora immagino stia tenendo fede alla parola data.
Cerco di farmi coraggio, ben deciso a non soccombere senza lottare e, dopo aver sistemato le coperte che avvolgo Minho, raggiungo silenziosamente l’uscita della fattoria, affacciandomi ad essa ma senza vedere nessuno, nonostante i rumori ancora chiari.
Quindi esco del tutto, intenzionato a verificare di persona quanti sono i rinforzi, sobbalzando quando una voce alle mie spalle chiama il mio nome, facendomi trattenere il fiato per un lungo momento.
Una voce… Che credevo non avrei mai più sentito.
Mi basta voltarmi per avere conferma di chi sia e, di nuovo, mi ritrovo a trattenere il fiato, riuscendo solo, quando i miei occhi incontrano la sua figura che balza giù da cavallo per correre nella mia direzione, a bisbigliare un flebile:
“Tommy…” che quasi non sento nemmeno io.
Reagisco d’istinto, correndogli incontro a mia volta e, quando è abbastanza vicino, ancora non mi fermo, gettandogli letteralmente le braccia al collo e stringendolo, venendo immediatamente ricambiato senza nemmeno un attimo di esitazione.
Ed io ho l’ultima conferma che è reale.
Ed è qui. Davvero.
“Stai bene?” domanda, a voce bassa, stringendomi così forte che non lo credevo nemmeno possibile.
Mi disincanto subito dalle mie fantasie, tornando a guardarlo ed informandolo:
“Minho è ferito.” sembra sorprendersi ma gli basta la direzione verso cui istintivamente mi volto, per verificare che sia ancora al sicuro, per confermargli la sua posizione.
Scioglie definitivamente l’abbraccio in cui mi teneva per superarmi e, prendendo la mia mano, mi induce:
“Vieni.” per poi incamminarsi velocemente in quella direzione.
Gli basta davvero solo questo affinchè anche altri lo seguano e, come gli è vicino, prova a chiamarlo, naturalmente senza ottenere risposta.
“Ha perso i sensi… Un’ora fa, forse due.” mormoro, avvertendo gli occhi farsi di nuovo lucidi, per niente preparato al peggio che potrebbe succedere.
“Ha perso molto sangue e la ferita si è infettata.” commenta l’uomo davanti a lui, dopo aver controllato di persona le condizioni della gamba “… Lo medicherò e gli darò qualcosa per la febbre e il dolore.”
“Guarirà?” mi stringo al suo braccio in attesa del verdetto, verdetto che non capisco:
“Se portato in condizioni idonee, non ho motivo di dubitarne.” mi volto verso il mio vicino, che fa altrettanto, sperando che almeno lui sia più chiaro, cosa che in effetti non è:
“C’è un avamposto ad un giorno di cavallo da qui.” poi guarda l’altro, riprendendo:
“Ce la può fare?”
“Probabile.” ottengo di nuovo l’attenzione del mio vicino che, però, rimane a fissarmi in silenzio, in attesa di qualcosa da parte mia, qualcosa che non intuisco.
Infatti, posso solo mantenere lo sguardo nel suo, fino a quando immagino che stia aspettando un mio cenno, che posso dargli solo bisbigliando un flebile:
“Va bene…” se è per Minho, va bene qualsiasi cosa.
Porta una mano dietro la mia testa e, senza che me lo aspetti, mi tira leggermente a sè, dandomi un lungo bacio all’angolo dell’occhio, al quale non sento affatto di volermi opporre.
Poi, rimanendo dov’è, sussurra:
“Non preoccuparti e lascia fare a me.” si allontana e fa cenno ad alcuni uomini alle sue spalle, che lo raggiungono immediatamente per aiutarlo a sollevare Minho.
Li seguo anch’io e, una volta fuori, cominciano a salire a cavallo ed uno di loro prende in consegna il mio compagno, sotto il mio sguardo attento e preoccupato, che si distoglie da loro solo quando vengo affiancato da un animale.
Non sono sicuro che mi servisse alzare gli occhi per vedere di chi si tratta e lui, sicuro, tende una mano nella mia direzione, esortandomi semplicemente:
“Andiamo.” annuisco istintivamente, afferrando il suo braccio così che mi possa aiutare a salire a cavallo dietro di lui.
Non esito nemmeno un attimo ad aggrapparmi a lui che, forse incurante di questo, riprende:
“Tieniti forte a me. Andremo veloci.” annuisco, solo per fargli capire che l’ho sentito, nonostante non ci fosse alcun bisogno che mi dicesse quelle parole.
L’avrei stretto forte anche se fossimo andati piano.
Anche se fossimo stati a piedi.
Anche se fossimo stati fermi.
Non aggiunge altro, se non al suo seguito, a cui ordina di riprendere la marcia e, subito dopo, è proprio lui a partire, con tutti gli altri che lo imitano.
Rendendomi conto che non c’è altro da dire, mi permetto di chiudere gli occhi, appoggiandomi completamente alla sua schiena e con la testa alla sua spalla, chiudendo per un momento gli occhi per smettere di pensare e concentrarmi unicamente sulla sua presenza, rendendomi presto conto che, anche volendo, non potrei stringerlo più forte di quanto già non abbia fatto fin dall’inizio.
Abbandono presto ogni pensiero e temo che questo mi porti, nel giro di poco, ad addormentarmi, venendo svegliato più tardi, quando il cielo già si sta scurendo, dalla sua voce che mi chiama.
Mi risollevo dalla sua spalla, rendendomi conto in un secondo momento della sua mano che si è intrecciata alla mia sul suo addome.
“Il sole sta calando.” mi spiega, voltandosi per quel che può verso di me “… Ci fermiamo per la notte.” annuisco ma, capendo che possa fare fatica a vedermi, bisbiglio anche:
“Va bene.” cercano un posto riparato, ai margini di un bosco dove si fermano ed io, per poter scendere da cavallo, devo ancora aggrapparmi a lui che, tenendomi per un braccio, mi accompagna a terra.
Poi, mentre fa altrettanto, non posso fare a meno di andare ad aiutare gli uomini che si stanno occupando di Minho e che, senza fatica, lo adagiano ai piedi di un albero ed è ancora quello di prima a verificare le sue condizioni.
“Allora?” domando ma la risposta è davvero poco soddisfacente:
“È ancora troppo presto perchè ci siano miglioramenti.” e quindi cosa vuol dire?
Non riesco a domandarlo, anche perchè si allontana quasi subito, andando a prendere da mangiare per poi limitarsi a dare ancora uno sguardo superficiale.
Ciononostante, mi arrendo ad attendere almeno fino a domani, specialmente quando uno del gruppo mi porge da mangiare ed io, finalmente, mi rendo effettivamente conto di tutto quello che sta succedendo.
Quindi mi inginocchio accanto a Minho e, dopo avergli tamponato la fronte, come se questo servisse a qualcosa, mi arrendo a riconoscere che, forse, dovrei dire qualcosa a chi è venuto in nostro aiuto.
Mi basta voltarmi per vederlo a pochi metri da me, seduto anche lui ai piedi di un albero, e lo raggiungo, rimanendo però in piedi di fronte a lui, senza sapere cosa dire.
Sembra stanco.
Ma farglielo notare non mi sembra il modo migliore per iniziare una conversazione.
Nemmeno un grazie pare essere una delle opzioni disponibili, dato che proprio non vuole uscire dalla mia bocca, che tutto quello che riesce a dire è un debole:
“Che ci facevi da quelle parti?” mi guarda in silenzio, per poi sfilarsi da sotto la tunica un oggetto che, quando mi mostra, fatico un po’ a riconoscere, sebbene sia rimasto con me per anni e me ne sia separato solo da pochi giorni: il ciondolo che mi regalò.
Ma io credevo che…
“Sembri sorpreso.” lo sono.
Di certo non credevo che…
“Te lo avevo detto.” mi ricorda, come se in qualche modo avessi potuto averlo dimenticato “… Credevi non avrebbe funzionato?”
“Già…” ammetto, non sapendo che altro dire.
“Invece lo ha fatto.” lo vedo ma… Questo non spiega…
“Come hai fatto a trovarci?”
“Alla solita maniera.”
“Questa non è una risposta.” ribatto, accigliandomi leggermente, anche a causa del fatto che per lui sembra come se non fosse mai successo niente ma senza ottenere altre spiegazioni, motivo per il quale insisto:
“E non ha nulla a che vedere con il fogliettino che c’era dentro?” sembra sorprendersi, replicando:
“Sei riuscito ad aprirlo?”
“Ovvio che ci sono riuscito.” l’ho rigirato tra le mani così tante volte, l’ho guardato, l’ho osservato, l’ho stretto, non l’ho lasciato un solo momento, era ovvio che prima o poi avrei capito che si apriva “… Non prenderti gioco di me solo perchè non so leggere.” pare divertito dalle mie parole, a giudicare dal sorrisino che gli tende le labbra, con le quali insiste:
“Hai trovato solo quello?”
“Tommy!” esclamo, non avendo davvero voglia di continuare a girarci intorno e cominciando a sentirmi veramente uno stupido “… Come hai fatto a trovarci?” è impossibile che un pezzo di metallo gli abbia fatto capire dove fossimo!
Sorride, questa volta più dolcemente e, come se non avessi parlato, mormora:
“Finalmente ce l’ho fatta, a farti chiamare il mio nome.”
“Come hai fatto a trovarci.” ripeto, un po’ più categorico, cercando di non lasciarmi distrarre dal suo sguardo, come se ancora provasse qualcosa per me “… E cosa c’era scritto su quel maledetto foglio.” sostiene il mio sguardo, poi finalmente si fa serio, dandomi la risposta che voglio:
Cercami.” non capisco ma la spiegazione arriva subito, mentre abbassa lo sguardo sul pendente, prendendolo tra le mani:
“È quello che c’è scritto sul biglietto ed è quello che ho fatto: ti ho cercato.” poi apre quello che sembra essere un doppio fondo che, in effetti, non ho mai scoperto, appoggiandolo a faccia in giù nella curva di un sasso per poi tornare a guardarmi “… Un tavolo non è poi così grande, inoltre… Ne valeva davvero la pena.” solleva il coperchio ed io rimango senza parole nel vedere un dado da gioco, dado che forse dovrei conoscere.
Non si accorge del mio sbigottimento, preferendo girare l’oggetto in un certo modo, per poi infilare la mano sotto la tunica e, dopo qualche attimo, appoggiare accanto al primo un secondo dado, anch’esso girato su un lato ben preciso, per il quale sento il respiro venirmi meno.
Poi, lentamente, mi rendo conto di cosa significhi tutto questo e, per averne conferma, biascico:
“Vuoi dire… Che l’ho avuto con me… Tutto questo tempo?” mentre lui ha tenuto l’altro?
Mi guarda e, se nei suoi occhi è ovvio, il suo tono è decisamente più attenuato:
“Sì.” e, in risposta alla mia confusione, aggiunge:
“Se avessi provato a ridartelo, non lo avresti accettato.” infatti “… Ma non puoi credere che mi arrendessi senza nemmeno sperare.” non riesco a ribattere, potendo solo sostenere il suo sguardo che, in questi anni, non è proprio cambiato.
Poi, questa volta, per quanto provi ugualmente a fare il contrario, metto a tacere quella voce dentro di me che continua a ripetermi che tutto questo è impossibile e che il suo mondo non è posto per me, ritrovandomi a raggiungerlo in fretta e, incurante delle persone presenti, altrettanto di slancio abbracciarlo, cercando un barlume di speranza tra le sue braccia che, anche in questa occasione, non esitano a stringermi.
Mi lascio sprofondare tra di esse, insipirando profondamente e chiudendo gli occhi, deciso, almeno per il momento, a smettere di pensare.
Voglio solo poter sognare.
Dovesse essere anche solo una notte.
“Mi sei mancato.” sussurra, portando una mano dietro la mia testa, a cui adagia la sua mentre si allunga un po’ di più sul terreno, portandomi con sè “… Non è passato giorno in cui non ho rimpianto di non averti fermato.”
“Davvero?” annuisce ed io non posso che confessare a mia volta:
“Anche tu… Mi sei mancato.” tanto…
A lungo…
Costantemente.
Pare che non ci sia bisogno di dire altro e, dopo qualche attimo che trascorriamo così, sono ancora io a cedere, alzando di nuovo lo sguardo su di lui che, subito, fa altrettanto.
E, di nuovo, non riesco ad oppormi all’istinto che mi spinge a sporgermi verso di lui, fino a raggiungere le sue labbra, che bacio piano.
Lo avverto sorprendersi ma, prima che possa in qualche modo tirarmi indietro, ricambia il mio gesto, chinandosi a sua volta nella mia direzione e ripristinando il contatto non appena questo si interrompe.
Mi lascio completamente andare sul suo torace, abbandonandomi ai suoi baci che si susseguono uno dopo l’altro, senza che uno solo di essi mi dia il sentore di essere l’ultimo, fermandoci di colpo quando un rumore cattura la nostra attenzione facendoci sobbalzare e, se lui si volta per cercare di capire da dove è venuto, io porto lo sguardo nella direzione opposta alla sua, un po’ deluso dell’interruzione.
Poi torna a guardarmi ed io faccio altrettanto, percependo nel suo sguardo il suo intento di riprendere, al quale non mi oppongo ma, prima che possa annullare del tutto la distanza che ci separa, sobbalziamo entrambi per un secondo rumore che, di nuovo, cattura la nostra attenzione.
Non comprendo da dove provenga e credo che nemmeno lui lo faccia ma capisco che non riprenderemo, sebbene porti i suoi occhi su di me ed io, incrociandoli, mi ritrovo a sorridere, quasi a ridere, di fronte al suo disappunto, che sfuma presto in un sorriso.
Scuoto la testa, pensando che non è proprio cambiato, mentre lui dà un’occhiata alla situazione intorno a noi e, riabbassando gli occhi, mormora:
“Forse è il caso di riposare.”
“Forse.” ammetto, per poi appoggiarmi con la testa sulla sua spalla, accomodandomi come meglio posso sul suo torace e tra le sue braccia, visualizzando finalmente i due dadi, girati a mostrare lo stesso numero.
Lo stesso numero…
Riesco a pensare solo a questo, anche intanto che lui mi porge il mio pendaglio, che riprendo, senza poter nascondere un sorriso, nemmeno quando mi restituisce anche il dado, per poi riprendersi il suo.
Infine, cercando un modo di ringraziarlo, bisbiglio:
“Ci hai messo poco, ad arrivare…”
“Davvero?” annuisco, avvertendolo sospirare di sollievo, per poi confessare:
“Io sento di averci messo anche troppo.” quindi mi spiega:
“Minho mi disse dov’eravate diretti. Sapevo che eravate verso il confine, anche se non ho più avuto notizie della vostra posizione. Quando ci hanno invaso, ho cercato in tutti i modi di sapere dove foste di preciso e se eravate al sicuro. Ero pronto a partire in qualsiasi momento. Quando mi hanno portato il pendente, ho dovuto solo dare un ordine. E quando siamo arrivati in quel villaggio dove lo hai lasciato, è bastato fare qualche domanda.” sospira, prendendomi in giro:
“Per fortuna non sei un ladro molto abile a passare inosservato.” non freno un sorriso, ben sapendo che è la verità ma giustificandomi ugualmente:
“È Minho che di solito si occupa di quello.” mi volto leggermente verso la persona in questione, a qualche metro di noi ancora con gli occhi chiusi e nessun segno di voler riprendere i sensi e, avvertendo ancora quel senso di ansia assalirmi, non mi freno dal chiedere:
“Si riprenderà?”
“Hai sentito cosa ha detto il medico, no? Fidati di lui.” lo guardo e, seriamente, affermo:
“Io mi fido di te.” non di quello che dice una persona che non conosco e che parla in maniera nemmeno tanto comprensibile.
Io mi fido di lui.
Solo di lui.
Pare restare sorpreso ma, quando si rende conto della veridicità della mia dichiarazione, torna serio, asserendo a sua volta:
“E allora fidati di me.” non aggiunge altro, se non un lungo bacio sulla fronte dopo il quale torno ad appoggiarmi al suo torace, dandogli la possibilità di passarmi un braccio intorno alle spalle.
Infine chiudo gli occhi, senza poter resistere in alcun modo al sonno che presto mi pervade, portandomi a soccombere nel giro di poco.

 
Continua…

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